Fabio Bertocchi: l’impegno di Costa Family Foundation in Uganda
Nel cuore dell’Uganda, la Costa Family Foundation porta avanti progetti che cambiano la vita di intere comunità, promuovendo istruzione, sanità e inclusione sociale. Fabio Bertocchi, responsabile della Fondazione, racconta in questa intervista la sua recente missione, le sfide affrontate e l’impatto concreto delle iniziative sostenute. Un viaggio di scoperta, crescita e collaborazione, che ha coinvolto anche alcuni collaboratori di Casa Costa 1956, rafforzando il legame tra impegno sociale e valori aziendali. Scopri la sua esperienza e le prospettive future della Fondazione in questa intervista esclusiva.
Fabio, cosa significa per te guidare la Costa Family Foundation in progetti internazionali come questo?
Guidare la Costa Family Foundation in progetti internazionali – oltre ad essere un grande onore e una gioia immensa – è molto più che gestire iniziative di sviluppo: significa creare punti (e ponti) di umanità e consapevolezza. Ogni progetto è un’opportunità per avvicinare mondi diversi, costruire insieme e far emergere il potenziale umano delle persone e delle comunità, affinché diventino protagoniste del proprio cambiamento.
Ogni giorno imparo che il nostro lavoro non riguarda solo ciò che possiamo dare, ma soprattutto come possiamo collaborare con rispetto e trasparenza, creando un cammino di fiducia reciproca e autonomia soprattutto per le comunità che supportiamo.
I nostri interventi non vengono mai imposti dall’alto, ma nascono da bisogni concreti espressi da chi vive quelle realtà. Questo approccio non è solo democratico, etico e doveroso: è un atto di fiducia e responsabilità verso la dignità delle persone che incontriamo e dei donatori che ci sostengono.
Quali sono i principali obiettivi della Fondazione in Uganda, e perché avete scelto proprio questa area geografica per sostenere i progetti?
Direi che è stata l’Uganda a scegliere noi, più che il contrario. È accaduto una domenica di un luglio di tanti anni fa, durante la 23.a edizione della Maratona delle Dolomiti. Quel giorno, un gruppo di 6.000 persone (donne, uomini, bambini) stava realizzando un’azione simbolica e potente: una catena umana attorno alle Tre Cime di Lavaredo chiamata Le Dolomiti abbracciano l’Africa, il cui obiettivo era richiamare l’attenzione dei leader del G8, che si sarebbero riuniti di lì a poco a L’Aquila, affinché rispettassero le promesse e gli impegni verso il Sud del mondo, in particolare verso l’Africa, fino a lì sempre disattesi.
E quell’evento, ideato e realizzato dall’associazione Insieme si può, non passò inosservato: migliaia di persone lanciavano un messaggio potente, attirando l’attenzione dell’elicottero che sorvolava la granfondo ciclistica e di Michil Costa, che volle incontrare gli ideatori di quella meravigliosa iniziativa nei giorni successivi. Ed è così, in maniera molto sintetica, che è iniziato il viaggio della Costa Family Foundation al fianco di chi – da quarant’anni – in Uganda opera ogni singolo giorno.
Oggi, e da allora, la Fondazione è attiva in Uganda con un approccio che mira a favorire l’autonomia delle comunità locali, rispondendo ai bisogni espressi direttamente sul territorio. Lavoriamo su più fronti per promuovere istruzione e sanità, migliorando le infrastrutture scolastiche e sanitarie per garantire a bambini e ragazzi l’accesso all’istruzione, alla salute e a un’alimentazione adeguata, creando ambienti sicuri e stimolanti per il loro sviluppo. Sul fronte dell’inclusione sociale, sosteniamo le persone sieropositive, riducendo lo stigma e favorendone l’integrazione e l’autosufficienza. Aiutiamo le comunità a diversificare le fonti di sostentamento e a rafforzare la sicurezza alimentare con iniziative di agroforestazione. Inoltre, garantiamo l’accesso all’acqua – risorsa vitale per la crescita e la dignità delle comunità – attraverso il finanziamento per la realizzazione di pozzi scolastici e comunitari.
Ci puoi raccontare come è nata l’idea di includere anche alcuni collaboratori delle case in questo viaggio? Qual è il valore aggiunto che ha portato alla fondazione e all’azienda?
L’idea di coinvolgere i collaboratori in viaggio con la Costa Family Foundation è sempre stata presente, anche se era da qualche anno che non veniva più realizzata. Così, all’inizio della scorsa stagione, insieme a Serena Rela, Project Manager che, insieme a me e Alessia Sorà guida la Fondazione, abbiamo pensato che sarebbe stato bello, e molto importante, permettere a qualcuno di loro di unirsi a noi. Durante la formazione di inizio stagione, abbiamo raccontato l’esperienza del viaggio e invitato i collaboratori a proporsi per partecipare. È stato molto bello e stimolante vedere come una decina di loro si siano fatti avanti, chiedendoci di tenerli aggiornati e in considerazione.
Abbiamo dedicato alcune settimane a valutare quale fosse il criterio migliore per scegliere i candidati ideali, perché un viaggio come questo non è per tutti. Non si tratta di un semplice viaggio di piacere, né di turismo solidale. È un’esperienza in cui si va a monitorare progetti umanitari, e spesso si affrontano situazioni delicate e difficili, che potrebbero risultare scomode per chi non fosse pronto.
Alla fine, tra tutti i candidati, sono stati scelti Filippo P., un giovane cuoco di 22 anni che aveva appena terminato la stagione estiva all’Hotel La Perla di Corvara in Badia, e Bianca N., assistente alle Relazioni Umane dell’Hotel La Posta di Bagno Vignoni.
La loro presenza si è rivelata preziosa, utile e importante sotto molti aspetti: Filippo ha portato la sua grande passione per la cucina (e del mondo naturale, in generale) in tutti i progetti di agroforestazione e sicurezza alimentare che abbiamo visitato. Bianca, con la sua capacità di ascolto e la sua profonda attenzione per le relazioni umane, tra le altre cose, è stata preziosa per tutto il gruppo nell’interpretare e decostruire anche le situazioni più difficili che incontravamo.
Quali sfide hai incontrato durante questa missione in Uganda, e come ha contribuito il team a superarle?
La principale sfida del viaggio è stata senz’altro legata all’aspetto emotivo. Alcune scene e situazioni che abbiamo vissuto hanno toccato corde profonde, suscitando in ognuno di noi riflessioni intense e momenti di forte impatto interiore. La durezza di certi incontri (e scontri) con la realtà è stata talvolta difficile da assorbire, ma è stato proprio qui che il gruppo si è rivelato essere un fattore fondamentale.
Per affrontare le difficoltà emotive, il gruppo ha saputo fare affidamento su una grande disponibilità reciproca, ascolto, flessibilità e capacità di adattamento, oltre a una coesione sincera che ci ha permesso di sostenerci a vicenda. Questa unione ci ha permesso di vivere l’esperienza in modo profondo e significativo, superando insieme anche i momenti più complessi.
Dal punto di vista logistico, invece, non abbiamo incontrato alcuna difficoltà grazie alla pressoché perfetta organizzazione degli amici di “Insieme si può…”.
Come pensi che questa esperienza possa arricchire i collaboratori partecipanti dal punto di vista professionale e umano?
Credo che, così come è stato per Filippo e Bianca, questa esperienza possa essere trasformativa – sia a livello personale che professionale – per tutti. Penso che offrire la possibilità di vivere in prima persona la realtà dei nostri progetti (come avvenuto in Uganda) possa avere un grande impatto su molti altri collaboratori.
Osservare da vicino le condizioni in cui le comunità affrontano le sfide quotidiane, partecipare alle attività di sviluppo e vedere con i propri occhi ciò che spesso raccontiamo a distanza è un’opportunità unica, che permette di andare oltre al proprio ruolo e sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Vedere in prima persona e toccare con mano le condizioni di vita di chi non ha avuto la stessa fortuna ci aiuta a mantenere “un piede nella vita reale”. Lavoriamo in uno dei posti più belli e rinomati al mondo, in una struttura di prestigio, gestita da una famiglia che porta avanti questo lavoro con passione e dedizione da anni e a volte ci dimentichiamo che non è tutto così là fuori.
Il contatto diretto con le persone e l’esperienza vissuta hanno portato i nostri collaboratori a riflettere su come, anche con risorse limitate, sia possibile fare grandi progressi quando c’è collaborazione e spirito di comunità. Sono certo che esperienze come queste continueranno a influire positivamente non solo sul proprio lavoro quotidiano, ma anche sulla cultura generale della nostra organizzazione, contribuendo a creare un ambiente ancora più empatico,
motivato e unito, guidato da un senso di missione profondo e condiviso.
Ci puoi raccontare un momento particolarmente significativo che hai vissuto durante questo viaggio?
Era l’ultimo giorno in Karamoja. Venivamo già da una decina di giorni intensi, nei quali avevamo visitato baraccopoli, incontrato ragazzi con disabilità, osservato da vicino le condizioni di chi vive con l’HIV e le devastazioni causate dall’alcolismo. Pensavamo di esserci “irrobustiti” emotivamente, di essere preparati a quello che avremmo visto.
Poi siamo arrivati alla scuola di Kasimeri, poco fuori Moroto, la città più grande della regione. Entrare in questa scuola è stato un colpo durissimo per tutti noi. Nei giorni precedenti avevamo visitato progetti già completati, apprezzando i risultati splendidi ottenuti grazie allo splendido lavoro di “Insieme si può…”. Ma quel giorno, Kasimeri ci ha mostrato qualcosa di completamente diverso: una realtà ancora in attesa di essere trasformata.
La scuola accoglie circa 1900 bambini, dove più della metà è costretta a dormire lì a causa dell’eccessiva distanza fisica con il proprio villaggio. Quando ci siamo affacciati alla porta del dormitorio ci è venuta una stretta al cuore. La vista dei giacigli con le zanzariere malmesse, dei tappetini e delle coperte sparse per terra e sulle travi appese e immaginarsi 900 bambini dormire lì è stato semplicemente struggente. In quell’istante, una frase detta dalla responsabile dei progetti internazionali di “Insieme si può…” è rimasta sospesa nell’aria. Fermandosi sulla soglia e cercando di trattenere le lacrime, ha sussurrato: “Non è giusto.” E non c’è stato bisogno di aggiungere altro.
Quel momento ci ha colpito profondamente. In noi è nata una determinazione, una promessa: tornare e fare qualcosa per loro. Sappiamo che le cose ingiuste possono essere aggiustate, pertanto il prossimo passo per la Costa Family sarà di impegnarci concretamente per il dormitorio e la scuola di Kasimeri. Speriamo di poter contare sulla partnership di tante realtà, aziende, enti pubblici e privati, per realizzare insieme qualcosa di significativo perché ce n’è davvero estremo bisogno.
Che messaggio vorresti lasciare ai futuri collaboratori riguardo all’impegno sociale della nostra azienda e le opportunità che offre?
Più che un messaggio a parole, vorrei che fossero i fatti a parlare per noi. La Costa Family Foundation desidera essere sempre più vicina e presente all’interno delle nostre strutture, più a contatto con i collaboratori. Dico spesso che non voglio che la Fondazione sia percepita come qualcosa di lontano, da ricordare solo occasionalmente in momenti speciali dell’anno. La Fondazione è parte integrante di tutta Casa Costa, è la sua bussola morale e deve essere anche uno strumento per intraprendere azioni sociali concrete.
Il mio messaggio rivolto a tutti i collaboratori è sempre lo stesso: non vedete la Fondazione come un’entità astratta ma chiedete, informatevi, incuriositevi, proponete idee, contaminiamoci. Obiettivo è quello di far crescere in tutti i collaboratori un senso di appartenenza autentico, una partecipazione attiva, soprattutto dai capi reparto, affinché possiamo costruire insieme qualcosa di importante.
Non si tratta (solo) di mettere in campo azioni per raccogliere fondi, ma di sentirsi ambasciatori di una causa grande che dobbiamo sentire come propria. Siamo stati fortunati a vincere questa “lotteria”, ad essere sorteggiati nella parte privilegiata del mondo, e non dobbiamo mai dimenticarlo.
Vorrei che ogni collaboratore sentisse, quindi, l’orgoglio di far parte di una famiglia e di un’azienda così, che sceglie ogni giorno di impegnarsi per riparare un pezzettino di questo nostro mondo storto.
Secondo te, come può un progetto di volontariato aziendale come questo rafforzare il legame e l’orgoglio dei collaboratori verso Casa Costa?
Assolutamente sì!
Un progetto di volontariato aziendale come questo ha il potere di trasformare il rapporto dei collaboratori con l’intera Casa Costa, facendoli sentire parte di qualcosa che va oltre il semplice lavoro quotidiano. Partecipare a un’iniziativa così permette di vedere come i valori aziendali si concretizzino in azioni che fanno una differenza reale nella vita di altre persone. Questo non solo rafforza l’orgoglio di appartenere all’azienda, ma alimenta anche un senso di legame più profondo e autentico. E, perché no, può diventare anche un volano per attrarre e trattenere talenti.
Vivere un’esperienza intensa di volontariato (aziendale) internazionale, lontano dalla propria routine e insieme ai colleghi, crea un legame unico. I collaboratori hanno la possibilità di scoprire nuovi aspetti di sé stessi e degli altri, rafforzando le relazioni professionali e il senso di comunità. Credo che sia uno dei modi migliori per far sentire le persone parte di una missione più ampia. E alla fine, questo legame si riflette positivamente anche sulla cultura aziendale, sulla famiglia e su chi resta a casa, rendendo Casa Costa un luogo dove i collaboratori sentono di poter fare la differenza, non solo per l’azienda, ma anche nella propria vita privata.
Quali sono i prossimi passi della Fondazione in Uganda e non soltanto?
Per quanto riguarda i prossimi passi sul campo, non abbiamo ancora definito i dettagli dei progetti futuri, ma una cosa è certa: il nostro approccio sarà sempre quello di costruire dal basso, partendo dall’ascolto dei bisogni concreti delle persone, delle comunità e del territorio. Ogni intervento nasce da richieste dirette dei beneficiari e viene preceduto da un’attenta analisi e valutazione sul campo di tutti gli aspetti connessi.
Il coinvolgimento delle autorità, della politica locale e degli stakeholder è essenziale per la riuscita e la sostenibilità di ogni progetto. Se le comunità non sono coinvolte fin dall’inizio, il rischio è di creare dipendenza invece che autonomia. Al contrario, lavorare insieme e promuovere la loro partecipazione e responsabilità aumenta la possibilità di un sostegno a lungo termine.
Ogni progetto, anche quelli che supporteremo il prossimo anno, richiede e ha sempre richiesto una partecipazione attiva. Chiediamo ai beneficiari non solo cosa vorrebbero ricevere, ma anche cosa sono disposti a dare. Questo crea un senso di ownership, cioè di responsabilità e appartenenza, fondamentale per garantire la continuità dell’intervento.
Per noi, sostenibilità significa che il progetto continui a vivere anche (e soprattutto) dopo il nostro intervento. Crediamo nel lavoro fatto con le persone, non per le persone. Questo approccio richiede più tempo e pazienza rispetto a un intervento imposto dall’alto, ma è l’unico che crea un cambiamento reale e duraturo. Da un certo punto di vista sarebbe molto più semplice realizzare un progetto, fare due foto, tagliare il nastro e andar via, ma questo non è nei nostri valori. Se finanziamo la costruzione di un pozzo, per fare un esempio banale, ci assicuriamo che le comunità sappiano come mantenerlo: solo così il progetto ha senso e genera un impatto positivo e sostenibile, contribuendo al reale empowerment delle persone coinvolte e alla loro presa di responsabilità.
Se uno volesse restare aggiornato e non perdersi nemmeno un’iniziativa di tutte quelle che fate come fa a seguirvi?
Abbiamo diversi canali che stiamo cercando di utilizzare al meglio, anche se dobbiamo ancora migliorare molto. Abbiamo una newsletter alla quale ci si iscrive direttamente dal nostro Sito Web, una pagina Instagram, una Facebook e una LinkedIn.
Stiamo cercando, pian piano, di far crescere il tutto, anche se la cosa che più ci viene meglio restano sempre i rapporti umani diretti.